Come Apple, OnePlus blocca il ripristino dei vecchi firmware. Ma perché?

Come Apple, OnePlus blocca il ripristino dei vecchi firmware. Ma perché?

Gli utenti OnePlus devono prestare la massima attenzione prima di installare gli ultimi aggiornamenti software perché l’azienda ha introdotto silenziosamente una protezione anti-rollback a livello hardware. Le versioni di ColorOS 16 identificate con i numeri finali .500, .501 e .503 attivano un “fusibile elettronico” sulla scheda madre che una volta “bruciato” impedisce qualsiasi tentativo di tornare a versioni precedenti del sistema. Questa modifica colpisce al momento dispositivi come OnePlus 13 e OnePlus 15 ma rischia di estendersi presto anche agli altri modelli e alle build globali OxygenOS e rende definitivo il passaggio al nuovo firmware senza possibilità di appello.

La situazione ricorda molto da vicino la ferrea strategia adottata da Apple che blocca le firme dei vecchi firmware non appena viene rilasciata una nuova versione di iOS per impedire il ripristino di software obsoleti. OnePlus ha deciso di emulare questo approccio restrittivo portandolo a un livello ancora più drastico poiché il blocco non è solo server-side ma fisico all’interno del dispositivo. Mentre con la Mela il tentativo di downgrade fallisce semplicemente durante la verifica con i server, qui provare a installare una ROM precedente o personalizzata dopo l’aggiornamento potrebbe causare un hard brick immediato che rende lo smartphone un fermacarte riparabile solo con la sostituzione della scheda madre.

Un colpo durissimo, questo, per la community del modding, che ha sempre considerato il brand come un porto sicuro per la personalizzazione e lo sblocco del bootloader. L’attivazione dell’Anti-Rollback Protection inibisce l’uso dei tradizionali strumenti di ripristino e rende rischiosissima l’installazione di custom ROM non aggiornate alle ultime patch di sicurezza. Persino i pacchetti ufficiali di downgrade sono stati rimossi per alcuni modelli e confermano la volontà del produttore di blindare l’ecosistema per allinearsi a standard di sicurezza che lasciano pochissimo spazio alla libertà di manovra dell’utente esperto.

Viene spontaneo chiedersi cosa abbia spinto l’azienda a implementare una misura così drastica e irreversibile su terminali storicamente aperti allo sviluppo della community.

La motivazione risiede quasi certamente nella necessità di garantire standard di sicurezza più elevati richiesti da partner bancari e governativi per evitare vulnerabilità sfruttabili tramite versioni software datate. Esiste anche l’ipotesi concreta che questa mossa serva a combattere il mercato grigio delle importazioni, impedendo ai venditori di terze parti di acquistare dispositivi cinesi a basso costo per poi installare firmware globali prima della rivendita e bloccare di fatto la circolazione di hardware al di fuori dei canali distributivi autorizzati.

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