Quello che sembrava un “banale scontro” sui diritti di un marchio si è trasformato in un vero e proprio intrigo di spionaggio industriale, e ha portato una causa contro OpenAI a un livello di tensione senza precedenti. Per riassumere la situazione attuale in modo chiaro, l’azienda creatrice di ChatGPT si trova a fronteggiare accuse gravissime lanciate dalla startup iyO. Questa piccola realtà tecnologica, che è specializzata in dispositivi audio intelligenti, ha deciso di non accontentarsi del semplice ritiro del nome conteso. Al contrario, i suoi legali hanno appena depositato nuovi documenti che parlano esplicitamente di furto di segreti aziendali, e hanno coinvolto figure di spicco del panorama dell’elettronica per una sottrazione di dati che avrebbe un valore inestimabile.
Se facciamo un passo indietro per comprendere l’origine del conflitto, tutto è iniziato quasi un anno fa quando il colosso dell’intelligenza artificiale ha acquisito la neonata società “io”, la quale è stata fondata dal celebre designer Jony Ive. Subito dopo questo annuncio, i dirigenti di iyO hanno sporto denuncia per il rischio di confusione tra i brand, e hanno raccontato di aver mostrato le proprie tecnologie in precedenti incontri riservati.
Dal canto loro, gli avvocati della difesa hanno fornito una versione completamente opposta. Loro sostengono che l’amministratore delegato della startup avesse cercato disperatamente di vendere la propria impresa per duecento milioni di dollari, e avesse fornito dettagli tecnici di sua spontanea volontà dopo aver ricevuto un rifiuto per un investimento. In seguito a queste prime scaramucce, i creatori di ChatGPT hanno confermato di non voler più utilizzare il marchio conteso, e speravano di chiudere la faccenda in modo rapido.
La pace tanto sperata non è mai arrivata, e la causa contro OpenAI si è riaccesa violentemente con le ultime mosse depositate in tribunale a metà marzo. I documenti resi pubblici espandono enormemente il raggio d’azione dell’accusa, e introducono ufficialmente il reato di appropriazione indebita di segreti commerciali. Il mirino si è spostato in modo specifico su Tang Tan, un ex talento di Apple che ora figura come co-fondatore dell’impresa acquisita. Secondo le ricostruzioni dell’accusa, questo progettista avrebbe ricevuto l’accesso esclusivo a file di progettazione, prototipi fisici e informazioni interne strettamente confidenziali. Questo tesoro di informazioni illecite avrebbe garantito ai rivali un vantaggio competitivo enorme, e avrebbe accelerato lo sviluppo dei loro futuri dispositivi indossabili di almeno dieci anni.

Quando entriamo nei dettagli pratici di questo presunto sabotaggio, le carte processuali delineano un piano informatico studiato nei minimi particolari. L’azienda querelante accusa direttamente un suo ex ingegnere, di nome Dan Sargent, di aver agito come una vera e propria talpa all’interno dei server aziendali. Questo dipendente avrebbe scaricato decine di file altamente riservati dalle cartelle interne, e avrebbe agito in modo furtivo per non destare alcun sospetto tra i colleghi. Per camuffare il furto, il tecnico avrebbe rinominato sistematicamente ogni documento utilizzando stringhe di testo incomprensibili e casuali, per poi esportare tutti i complessi modelli tridimensionali in formati facilmente leggibili da altri software di progettazione.
L’intera operazione di estrazione dei dati sarebbe avvenuta con un tempismo a dir poco sospetto, esattamente pochi giorni prima di una cena cruciale organizzata a San Francisco nel mese di giugno. Durante questo incontro serale, Tang Tan e un altro ingegnere appartenente allo studio di design di Jony Ive avrebbero passato in rassegna tutto il materiale trafugato e i campioni fisici rubati.
L’evoluzione imprevista della causa contro OpenAI lascia ora la parola ai giudici, i quali dovranno stabilire se ammettere queste pesanti integrazioni al processo in corso.
Nel frattempo, l’intera industria attende con il fiato sospeso la risposta ufficiale della società a queste nuove e gravissime imputazioni.


