“Ho camminato in una fiera che non era più “mobile” come la ricordavo.“
C’è un momento preciso in cui si entra in fiera e si capisce subito che l’aria è cambiata. Negli anni passati il Mobile World Congress era la grande arena degli smartphone, nel bene e nel male. Si assisteva a una guerra di fotocamere, display, chip, connettività, pieghevoli e concept più o meno folli, e attorno ruotava tutto il resto. Quest’anno la sensazione personale, da visitatore che gira tra gli stand, è stata molto più netta, poiché lo smartphone non era più la storia principale.
Lo dico senza giri di parole e con una punta di sarcasmo, perché la frase risuonava spesso tra gli stand e molti si chiedevano se la prossima edizione sarà un MWC o un AIWC. Si tratta di una battuta, certo, ma è anche un segnale inequivocabile. La maggior parte delle conversazioni, delle demo e perfino delle narrazioni commerciali erano orientate all’intelligenza artificiale in modo trasversale, e abbracciavano reti, settore enterprise, cybersecurity, robotica, industria, cloud, satelliti e identità digitale. L’elettronica di consumo nel senso classico del termine è rimasta solo un aspetto marginale.
Non è solo una percezione da corridoio, visto che i numeri ufficiali raccontano lo stesso identico cambio di pelle. L’evento ha registrato quasi 105.000 partecipanti, 2.900 espositori e partner, oltre 1.700 speaker, e porta con sé un dato che vale più di mille commenti: il 58 per cento dei partecipanti proveniva da industrie adiacenti al settore mobile principale. In pratica, più della metà delle persone non era lì per celebrare gli smartphone, ma per discutere in che modo la connettività e l’intelligenza artificiale entrino concretamente nei loro settori.
Questo è anche il motivo per cui il MWC oggi è meno una fiera di prodotto e più una piazza decisionale. La presenza di profili di alto livello è enorme, con un 17 per cento di dirigenti C-suite e un 45 per cento a livello di direttori e oltre. In aggiunta a questo, la dimensione politica e regolatoria è diventata strutturale, grazie a un programma ministeriale che ha coinvolto 188 delegazioni e decine tra ministri e autorità.
Quello che ne esce per me è un MWC che non rinnega affatto il settore mobile, ma ne sposta semplicemente il ruolo. Il mobile non è più l’eroe incontrastato della storia, ma diventa il sistema nervoso su cui correrà tutto il resto.

“The IQ Era”: il MWC ha messo l’IA nel titolo
Il MWC 2026 si è presentato con una cornice tematica molto chiara e definita come “The IQ Era”. I sei argomenti principali non lasciano alcuno spazio a fraintendimenti e si concentrano su infrastruttura intelligente, intelligenza artificiale connessa, intelligenza per le aziende, nexus dell’intelligenza, tecnologia per tutti e tecnologie rivoluzionarie.
Anche chi segue il MWC da vent’anni lo ammette apertamente: non viviamo più la stagione della guerra degli smartphone. Ci troviamo in un’epoca in cui l’evento fa da cassa di risonanza al tema dominante del momento, e nel 2026 quel tema è proprio l’intelligenza artificiale, sempre accompagnata da una costante ossessione per il ritorno sull’investimento, la governance, la responsabilità e la monetizzazione.
Ed è proprio in questo aspetto che emerge la maturazione, e allo stesso tempo la stanchezza, del settore. Non basta più dire di avere l’intelligenza artificiale, perché oramai la possiedono tutti. Il vero punto della questione è capire dove posizionarla: nella rete, nei dispositivi, nei processi, nell’assistenza clienti o direttamente in fabbrica. Bisogna comprendere quanto costa, come si governa, come si rende affidabile e, soprattutto, come la si trasforma in un vero motore di crescita e non solo in uno strumento per tagliare i costi.
Durante la sessione conclusiva dedicata agli analisti, una frase ben precisa è risuonata in modo perentorio: non si può risparmiare all’infinito per ottenere la crescita. Non è possibile tagliare i costi per diventare grandi, o meglio, lo si può fare per sopravvivere. Se l’obiettivo è crescere realmente, le aziende devono dimostrare di saper generare un valore aggiunto concreto sui ricavi. Questa rappresenta per me una delle chiavi di lettura più importanti dell’intero MWC 2026.

Le tre “montagne” del MWC e l’Europa che arranca
Il discorso inaugurale del nuovo Direttore Generale della GSMA, Vivek Badrinath, si è basato su una metafora molto semplice e ha parlato di tre montagne da scalare. Quando si osservano i panel e i summit della settimana, risulta evidente che questa impostazione ha guidato l’intera agenda dell’evento.
La prima montagna riguarda il completamento definitivo del viaggio del 5G. Non si tratta solo di mostrare il logo del 5G sul telefono, ma di implementare un vero 5G standalone, lo slicing di rete e architetture pronte per sostenere casi d’uso industriali critici. Nel testo pubblicato durante l’evento, Badrinath è stato esplicito e ha ribadito che investire nel 5G standalone è un passo decisivo, e chi esita è destinato a restare indietro.
Il direttore porta anche due numeri fondamentali che in un pezzo analitico vanno assolutamente messi sul tavolo. In mercati con un’adozione pari ad almeno il 10 per cento, gli operatori vedono una crescita dei ricavi doppia rispetto a chi non possiede questa tecnologia. In aggiunta, il 5G standalone potrebbe generare fino a 187 miliardi di dollari aggiuntivi ai ricavi del settore mobile entro il 2030. La parte che fa più male per noi europei è l’inevitabile paragone con il resto del mondo. Stati Uniti, Cina e paesi del Golfo vengono citati come esempi virtuosi, con porti, fabbriche e ospedali che già operano su reti 5G-Advanced in modalità commerciale, mentre in Europa continuiamo a perdere inesorabilmente terreno.
La seconda montagna consiste nell’affrontare la sfida dell’intelligenza artificiale, che deve poggiare su solide fondamenta di livello telecomunicativo. L’idea centrale del MWC 2026 non si limita a promettere che l’intelligenza artificiale farà cose straordinarie. Il concetto chiave è che questa tecnologia eseguirà operazioni che faranno esplodere la richiesta di energia e di reti, e se non si preparano l’infrastruttura e la governance adeguate, l’intero sistema rischia di incepparsi.
Un passaggio riportato da Mobile World Live fotografa perfettamente il problema. Durante il secondo keynote del MWC26, Roberto Nobile di Personal ha parlato di un collo di bottiglia energetico nella fase di addestramento dei modelli, ma ha posto l’accento soprattutto sul peso enorme dell’inferenza, che definisce come una vera e propria valanga. Il dirigente ha citato una stima interna che prevede la necessità di aumentare la capacità di rete fino a nove volte.
A questo punto entra in gioco il vero tema per gli addetti ai lavori, un aspetto che cambia del tutto le prospettive: la distanza enorme tra un’intelligenza artificiale generalista e una pensata per l’industria. Un modello linguistico bravissimo a scrivere email può rivelarsi pessimo quando deve leggere la documentazione tecnica di una rete o gestire configurazioni e standard estremamente complessi.
La terza montagna rappresenta la sicurezza e la fiducia. Questi elementi non vengono più trattati come un semplice tema etico, ma come un reale problema industriale e sociale. Badrinath parla apertamente di truffe e frodi, e le definisce una minaccia che richiede un forte coordinamento trasversale tra i vari settori.
Il direttore collega direttamente la risposta a questo problema al progetto Open Gateway e all’implementazione di API specifiche per l’antifrode.

Dall’IA “che assiste” all’IA “che agisce”
Se dovessi scegliere un singolo summit per spiegare il cambio di paradigma, sceglierei senza dubbio quello dedicato alla cosiddetta Agentic AI. Non faccio questa scelta perché si tratta dell’argomento più alla moda, ma perché traduce l’intelligenza artificiale in un concetto che il mondo delle telecomunicazioni comprende alla perfezione, ovvero autonomia operativa, monetizzazione e livelli di fiducia.
La descrizione del summit suona quasi come un manifesto programmatico. L’obiettivo è passare dai processi automatizzati a operazioni realmente autonome, e capire in che modo esporre in maniera sicura e profittevole le capacità di rete ad agenti esterni. Parliamo in pratica di intelligenze artificiali non di proprietà dell’operatore, ma che desiderano sfruttarne intensivamente la rete.
Le quattro colonne dichiarate durante l’evento compongono di fatto la lista di controllo per l’intero settore. Si parte dall’autonomia e dalla capacità di auto-riparazione delle reti, per passare poi ai motori di valore per i ricavi, che non si limitano al solo taglio dei costi. A questi elementi si aggiungono le sfide legate all’ecosistema e, infine, il livello di fiducia che comprende sicurezza e governance.
Questo ragionamento si aggancia a un’altra frase molto forte che è emersa durante le analisi di settore. Nell’era degli agenti autonomi, la fiducia diventa essa stessa un’infrastruttura. Agenti e automazioni faranno inevitabilmente crescere la domanda di reti più potenti e resilienti, e non accadrà certo il contrario.
Quando il MWC dice basta alle demo
La notizia più strutturale sul fronte dell’intelligenza artificiale non ha riguardato l’ennesimo assistente o un nuovo chatbot. La vera novità è stata la spinta decisiva verso l’Open Telco AI. Si tratta di un’iniziativa progettata per accelerare lo sviluppo di modelli, set di dati, potenza di calcolo e strumenti orientati specificamente alle telecomunicazioni. Il progetto include un indice di misurazione, il Telco Capability Index, che serve a valutare i progressi reali su compiti specifici per il settore.
Un dato particolare spiega alla perfezione le ragioni che hanno portato alla nascita di questa iniziativa. Secondo quanto comunicato durante il lancio, solo il 16 per cento delle implementazioni di intelligenza artificiale generativa nelle telecomunicazioni è stato applicato alle operazioni di rete vere e proprie. Questo significa che l’intelligenza artificiale è entrata prima nei reparti di facciata, come il marketing e l’assistenza clienti, ed è penetrata molto meno nelle operazioni di rete, dove servono una precisione assoluta, un contesto tecnico profondo e un’affidabilità nettamente maggiore.
Su questo punto, il MWC ha mandato un messaggio fortissimo e inequivocabile: senza modelli di livello telecomunicativo e metriche condivise, resteremo confinati per sempre nel regno delle semplici dimostrazioni tecniche.

Open Gateway e Italia: una rete programmabile e sicura
Un altro tema centrale ha attraversato i panel e i summit della fiera: la rete vista come una piattaforma programmabile. Parliamo di API di rete standardizzate che gli sviluppatori possono utilizzare per costruire servizi verificabili, protetti dalle frodi e funzionanti in tempo reale. Sul programma ufficiale è scritto in modo esplicito che l’Open Gateway Summit 2026, giunto al suo terzo anno, è dedicato a misurare i progressi effettuati e a capire cosa manca per accelerare l’adozione delle API di rete.
In questo contesto, l’Italia entra in gioco in modo molto interessante e finalmente concreto. Nel racconto ufficiale legato all’evento, si citano gli operatori italiani che si muovono sulle API dedicate all’identità e all’antifrode basate sullo standard CAMARA. Aziende come TIM e Wind Tre sono già partite con le prime implementazioni.
Le tre API menzionate sono strumenti che, se entreranno a pieno regime nel mercato, cambieranno la vita degli utenti senza che questi se ne accorgano nemmeno.
La prima è la SIM Swap API, che segnala i cambi recenti della SIM e funziona come un tipico indicatore per prevenire il furto degli account.
La seconda è la Number Verification, che garantisce un’autenticazione senza l’uso dei messaggi SMS, i quali oggi risultano molto vulnerabili.
La terza è il KYC Match, che consente di convalidare i dati contro i registri verificati dell’operatore, ed evita di trasmettere informazioni personali in giro per la rete.
Un numero globale dà ulteriore peso a questa direzione: Open Gateway viene indicata come un’iniziativa supportata da 85 gruppi di operatori e 300 reti, e copre oltre l’80 per cento delle connessioni mobili mondiali.
Se vogliamo fare una sintesi brutale, nel 2026 l’economia delle API non riguarda più soltanto i pagamenti e le mappe, ma diventa il fondamento stesso della fiducia digitale.

La sicurezza non è più una slide
Al MWC 2026 la parola sicurezza non era relegata a un singolo padiglione isolato, ma costituiva un sottofondo costante in tutta la fiera. Il motivo di questa onnipresenza è semplice. Le frodi stanno diventando un fenomeno industriale, scalabile e automatizzato, e l’intelligenza artificiale rischia di peggiorare il problema prima ancora di riuscire a risolverlo.
Due immagini particolari mi restano impresse nella memoria. La prima proviene dal SEC CON, dove si è parlato di truffe con un mix volutamente pop e drammatico. I relatori hanno citato la famosa canzone di Vanilla Ice e hanno invitato tutti a fermarsi, collaborare e ascoltare. Subito dopo, il discorso è tornato sul punto cruciale: negli Stati Uniti, le perdite stimate per il 2024 a causa delle frodi per furto d’identità ammontano a 2,7 miliardi di dollari. In sala si è discusso a lungo per capire se l’anello debole sia davvero l’essere umano, se serva una cultura che eviti di colpevolizzare le vittime per far emergere le segnalazioni, e quanta responsabilità debbano assumersi i produttori dei servizi.
La seconda immagine arriva dal mondo delle telecomunicazioni pure, dove Mittal di Bharti ha lanciato un forte appello alle piattaforme di messaggistica come WhatsApp, Signal e Telegram. Il dirigente ha usato un’espressione che non rappresenta un semplice dato tecnico, ma un vero e proprio pugno narrativo. Ha parlato di mezzo trilione di dollari all’anno persi in truffe e frodi a livello globale, con un rischio di crescita ancora maggiore.
La mia interpretazione di tutto questo è molto chiara: il MWC 2026 ci sta dicendo a gran voce che la fiducia digitale non si risolve semplicemente chiedendo agli utenti di prestare maggiore attenzione. Il problema si risolve esclusivamente con una forte cooperazione di filiera, con identità digitali più robuste, con segnali di rete utilizzati attivamente per difendere le persone e con regole rigidamente condivise.

Satelliti e connettività fuori dal pianeta
Un’altra area che al MWC 2026 è uscita dal recinto ristretto degli addetti ai lavori è quella dei satelliti e del networking non terrestre. Il Summit dedicato a questo tema, fin dal suo testo di presentazione, lega la convergenza tra reti terrestri e non terrestri a tre parole che in Europa sentiamo pronunciare con sempre maggiore frequenza: sovranità, resilienza e scelta reale.
Non è un caso che questa settimana fieristica abbia incrociato anche un annuncio di stampo fortemente europeo. L’Agenzia Spaziale Europea e GSMA Foundry hanno parlato di un bando e di un finanziamento che arriva fino a 100 milioni di euro. Questi fondi sono destinati a progetti legati all’intelligenza artificiale per le reti non terrestri, alle connessioni dirette verso i dispositivi e al 6G. L’obiettivo primario di questa iniziativa è accelerare la convergenza tra satellite e terra e promuovere una connettività globale sempre più ibrida.
La parte che, da italiano ed europeo, mi interessa più di tutte è proprio questa. Noi non possiamo limitarci a regolare l’innovazione nella speranza che qualcun altro faccia il lavoro al nostro posto. Se al MWC 2026 l’intelligenza artificiale si trova ovunque, allora la vera domanda per l’Europa è se vogliamo essere semplicemente un mercato di sbocco o se ambiamo a diventare anche una piattaforma di sviluppo.

Gli smartphone come terminali di un racconto più grande
Per quanto riguarda gli smartphone, i dispositivi ci sono ancora, ma sono diventati i terminali fisici di un racconto molto più grande. Sarebbe falso affermare che è mancato l’hardware nel corso della fiera. I dispositivi fisici sono stati presenti e si sono rivelati anche molto divertenti da scoprire. L’hardware di oggi rappresenta spesso solo una vetrina che serve a mostrare come l’intelligenza artificiale e l’esperienza utente stanno cambiando nel tempo.
Mi fermo ad analizzare quattro prodotti specifici e non vado oltre, perché lo scopo di questo articolo non è fare un banale catalogo.
Il primo dispositivo degno di nota è il Leica Leitzphone prodotto da Xiaomi che si basa sull’ossatura hardware dello Xiaomi 17 Ultra. L’idea alla base mi piace molto perché è un concetto fisico e non si limita al semplice marketing. Il telefono integra infatti una ghiera Leica rotante per gestire i controlli manuali, come lo zoom o l’esposizione. Questo rappresenta un gradito ritorno alla fotografia tattile in un mondo che si ostina a digitalizzare ogni cosa.
Il secondo protagonista indiscusso è il Samsung S26 Ultra, che ha portato a casa il prestigioso premio Best in Show ai GLOMO Awards. In questo caso, il dettaglio più interessante è la direzione intrapresa dall’azienda coreana. Il dispositivo integra un display per la privacy che è in grado di nascondere lo schermo intero o porzioni specifiche di esso, come le singole applicazioni, le notifiche o l’inserimento del PIN. Questo è un segnale forte e preciso: con l’intelligenza artificiale e le frodi in continua crescita, la privacy non è più una semplice impostazione software del menu, ma diventa una vera e propria questione hardware.
Il terzo dispositivo che ha fatto molto parlare di sé è l’Honor Robot Phone. La caratteristica principale che ha stupito tutti è la fotocamera montata su un gimbal a comparsa. Il dispositivo sembra un telefono del tutto normale finché non cambia letteralmente forma sotto i nostri occhi. Interpreto questa innovazione come l’idea di un terminale capace di adattarsi al contenuto che deve catturare, e non il contrario.
Infine, il quarto prodotto è il TECNO Modular Phone. Al momento si tratta di un puro concept, ma sappiamo bene che questi prototipi spesso anticipano i trend del prossimo futuro. Il dispositivo presenta una base sottilissima a cui l’utente può agganciare dei moduli magnetici per aggiungere lenti fotografiche, batterie extra o speaker potenziati. Questa è la chiara idea del telefono visto come una piattaforma componibile, e risulta estremamente utile proprio perché l’intelligenza artificiale spinge verso utilizzi sempre più diversificati, che vanno dalla creazione di contenuti alla traduzione in tempo reale, fino alla visione artificiale e all’audio avanzato.
Nel complesso, la conclusione a cui si giunge è molto semplice e diretta. Il telefono non è affatto sparito dai radar, ma è diventato una parte integrante di un ecosistema più ampio, dove la rete, il cloud, l’identità digitale e l’intelligenza artificiale contano ormai almeno quanto l’hardware che teniamo tra le mani.

Tre startup che raccontano il nuovo MWC
Se il MWC ha spostato il baricentro verso l’intelligenza artificiale di sistema, l’evento parallelo 4YFN è stato il vero specchio delle sue applicazioni concrete. Ci sono tre nomi specifici che fanno capire esattamente la direzione verso cui stiamo andando, tutti incentrati su salute, sicurezza e industria reale.
La prima realtà è Biorce, una startup spagnola che ha trionfato vincendo i 4YFN Awards. L’azienda si è presentata al pubblico come una piattaforma e un agente basato su intelligenza artificiale pensato per automatizzare le operazioni dei trial clinici, e vanta un impatto diretto sia sulla pianificazione che sull’esecuzione medica. Questo è un esempio perfetto che dimostra come l’intelligenza artificiale non sia un semplice strumento carino per fare scena, ma una vera e propria macchina capace di ridurre gli attriti all’interno di un processo estremamente complesso.
Il secondo nome da tenere d’occhio è NeuralTrust, un’altra promettente azienda spagnola. Il loro tema centrale è proteggere le applicazioni e gli agenti di intelligenza artificiale generativa dagli abusi e dalle pericolose fughe di dati. In un MWC letteralmente ossessionato dalla ricerca della fiducia digitale, questa si rivela essere una startup quasi inevitabile per l’intero ecosistema.
Il terzo progetto molto interessante è Doctor Scrap, un’azienda cinese che ha l’obiettivo di trasformare l’industria del riciclo dei rottami attraverso l’uso intensivo dei dati, dell’automazione e della computer vision. Da questa idea emerge un messaggio molto chiaro e delineato. L’intelligenza artificiale che abbiamo visto al MWC 2026 non appartiene solo al mondo digitale, ma diventa un concetto industriale, del tutto fisico e strettamente legato all’intera catena di approvvigionamento globale.

Un vero e proprio cambio di architettura
La mia tesi finale su questa edizione è che il MWC è diventato un evento orientato in prima battuta all’intelligenza artificiale, ma questa transizione non rappresenta solo una moda passeggera. Ci troviamo di fronte a un vero e proprio cambio radicale di architettura. Se negli anni passati la fiera catalana era un immenso campionato di prodotti commerciali, oggi si trasforma sempre di più in una vasta discussione sulle infrastrutture.
Assistiamo a reti che diventano completamente programmabili tramite API e vediamo un’intelligenza artificiale che passa dal ruolo passivo di assistente a quello attivo di agente operativo. Nello stesso tempo, il concetto di sicurezza si sposta dall’educazione degli utenti alla solidità intrinseca dell’infrastruttura, mentre i satelliti entrano di prepotenza nello stack primario della connettività. Di fronte a questo scenario imponente, l’Europa si trova a un bivio e deve scegliere in fretta se accelerare il passo o restare una semplice spettatrice degli eventi.
Il rischio in questa fase esiste ed è innegabile. Si parla spesso di una possibile fatica da intelligenza artificiale, un fenomeno negativo che si verifica quando si inserisce questa tecnologia ovunque per ottenere alla fine pochissimi risultati misurabili. Proprio per questo motivo, il MWC 2026 mi è sembrato un evento molto più maturo rispetto alle previsioni della vigilia. Si è discusso tantissimo di intelligenza artificiale, è vero, ma le conversazioni sono avvenute con la pressione costante per capire quanto questa tecnologia renda in termini economici, quanto regga dal punto di vista dell’infrastruttura e quanto sia realmente sicura nel lungo periodo.
A questo punto, la domanda per noi in Italia e nel resto d’Europa rimane una sola. Vogliamo limitarci a comprare passivamente soluzioni pronte all’uso sviluppate altrove, o vogliamo iniziare a costruire i pezzi fondamentali di questa nuova infrastruttura tecnologica? Questa volta non stiamo combattendo una sterile battaglia sui megapixel delle fotocamere. Questa è una vera e propria battaglia per il controllo delle piattaforme del futuro.
Per chiudere, voglio lasciare alcune domande aperte a voi lettori. Secondo voi, è un bene che il MWC stia diventando così focalizzato sull’intelligenza artificiale o credete che stia inesorabilmente perdendo la sua identità storica? Vi fidate realmente di un futuro caratterizzato da un’autenticazione senza messaggi SMS e con segnali di rete utilizzati attivamente per prevenire le frodi? E per quanto riguarda l’Europa, pensate che debba puntare su regole molto più severe o, al contrario, su una maggiore velocità di esecuzione e su un’adeguata scala industriale?


